Chi definisce la pornografia? In questi giorni, è Facebook.

da: https://www.washingtonpost.com/news/in-theory/wp/2016/05/25/who-defines-pornography-these-days-its-facebook/

Di Jillian C. York
Jillian C. York è una scrittrice e attivista il cui lavoro interseca tecnologia e politica.

Nel caso del 1964 Jacobellis contro Ohio – che discuteva se lo stato dell’Ohio potesse vietare la proiezione di un film che aveva ritenuto osceno – il giudice della Corte Suprema Potter Stewart definì emblematicamente la pornografia hardcore, un genere non costituzionalmente protetto, dicendo: “La riconosco quando la vedo. ” Il film in questione, ha aggiunto, non lo era. . Meno di dieci anni dopo, nel caso Miller contro California, la Corte Suprema ha messo a punto un sistema giuridico a tripla verifica per decidere se una cosa fosse oscena – chiamato il test di Miller – basato su ciò che una persona normale trova offensivo.
Il problema dell’applicazione efficace di questi standard alla pornografia su Internet, anche al di fuori di un contesto giuridico, è il modo in cui il cyberspazio è governato. Oggi gli spazi in cui interagiamo online sono in gran parte controllati da società che in linea di massima non si basano su qualcosa che somigli al test di Miller, ma più sul vecchio standard di Stewart “La riconosco quando la vedo”. Come ha affermato Rebecca MacKinnon, questi “sovrani del cyberspazio” non eletti operano senza dover rendere conto a nessuno, e spesso con poco rispetto per le libertà che abbiamo duramente conquistato. Continue reading “Chi definisce la pornografia? In questi giorni, è Facebook.”

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La vittoria del matrimonio gay non riguarda l’uguaglianza

originale qui, traduzione di Agnes Nutter e feminoska, revisione di Jinny Dalloway. Buona lettura!

L’attivista queer Yasmin Nair sostiene che la lotta per il matrimonio gay sia stata guidata da un movimento elitario e conservatore – 26 giugno 2015

La dott. Yasmin Nair è una scrittrice, attivista, accademica e commentatrice freelance di Chicago. È co-fondatrice del collettivo editoriale Against Equality (“Contro l’uguaglianza”) e componente di Gender JUST, un’organizzazione di attivismo radicale di base di Chicago. Figlia bastarda della teoria queer e del decostruzionismo, Nair ha al suo attivo numerosi saggi critici e recensioni editoriali, è fotografa e scrive come opinionista e giornalista investigativa. Ha pubblicato, tra gli altri, su These Times, Montlhy Review, The Awl, The Chicago Reader, GLQ, The Progressive, make/shift, Time Out Chicago, The Bilerico Project, Windy City Times, Bitch, Maximum Rock’n’Roll, e No More Potlucks. Continue reading “La vittoria del matrimonio gay non riguarda l’uguaglianza”

Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Laura Kacere – tr. it. Jinny Dalloway & Agnes Nutter

L’ “omonormatività”, un fenomeno che esiste da molto prima del termine stesso, è considerato da molte persone qualcosa di distruttivo per il movimento dei diritti queer e per la comunità queer nel suo complesso.

“Omonormatività” è un termine che riguarda i problemi legati al privilegio che vediamo nella comunità queer di oggi, e che si intersecano con il privilegio delle persone “bianche”, con il capitalismo, il sessismo, la transmisoginia e il cisessismo, tutti elementi che finiscono per escludere molte persone dal movimento per uguali diritti e una maggiore libertà sessuale.

Quindi, cosa vuol dire e, soprattutto, come si manifesta l’omonormatività nelle nostre vite quotidiane?

Innanzi tutto, prendiamo in esame la sua controparte, l’ “eteronormatività”. E’ un termine che analogamente descrive il valore attribuito alla sessualità “normale”, che vediamo nella nostra cultura a partire dal livello istituzionale e delle politiche statali, fino al livello interpersonale.

Molto è stato scritto sull’eteronormatività, una parola che descrive come si assuma e si promuova l’idea che l’eterosessualità sia l’unico orientamento “normale” e “naturale” che esista, privilegiando così coloro che si adeguano alla norma e considerando chiunque ne sia al di fuori come anormale e “sbagliato”.

La nostra cultura è profondamente eteronormativa: però, a mano a mano che le esperienze e i diritti queer diventano più accettati al tempo stesso cresce, all’interno degli spazi LGBQ, una forma di controllo delle espressioni sessuali e di genere. Questa è l’omonormatività.

L’omonormatività spiega come mai alcuni aspetti della comunità queer possano perpetuare pregiudizi, valori e comportamenti che danneggiano e marginalizzano molte persone all’interno di questa stessa comunità, così come coloro con i/le quali la comunità dovrebbe lavorare ed essere solidale.

Riguarda l’assimilazione, così come l’intersezione, di interessi commerciali e consumistici all’interno degli spazi LGBQ.

Descrive anche il presupposto che la gente queer voglia far parte della cultura dominante, mainstream, eterosessuale, e quindi il modo in cui la nostra società premia coloro che vogliono farne parte, considerandoli i più degni di meritare visibilità e diritti.

L’omonormatività si vede ogni giorno, ma essa può essere talmente radicata nella cultura queer, che non la riconosciamo come un problema.

Quindi, come e in quali strutture si manifesta oggi l’omonormatività nella nostra cultura?

Chi è visibile?

A mano a mano che cambiano gli atteggiamenti della società riguardo alle relazioni queer, assistiamo a un aumento di rappresentazioni di persone queer nei media, anche se questa rappresentazione è incredibilmente limitata.

Se accendete la televisione o sfogliate una rivista, quando vedete una persona queer, con grande probabilità sarà una persona cisgender, con un genere normativo, bianca, borghese, che si autodefinisce gay.

Da serie tv come Modern Family a The New Normal, a personalità della tv come Anderson Cooper e Neil Patrick Harris, le voci a cui si dà spazio e visibilità sono di solito quelle di una particolare classe sociale, di una particolare espressione di genere e di una particolare “razza”.

Anche i tipi di relazioni queer che sono rappresentati nei media sono restrittivi, poiché tendono ad imitare le espressioni di genere binarie ed eteronormative.

Con ciò non si vuole dire che le cose non stiano cambiando – a poco a poco iniziamo a vedere rappresentate più persone transgender e più persone di colore, ma anche allora, la loro rappresentazione è limitata, spesso basata su stereotipi.

Gli stereotipi e i cliché relativi alle persone LGBQ nei media fanno di più che ridurre e semplificare le complesse realtà delle persone queer; essi contribuiscono a stabilire uno standard, un modo normativo di “essere” LGBQ.

Questo standard privilegia certe esperienze – quelle delle persone bianche, della classe media, gay, cisgender e le identità di genere normative – come se fossero rappresentative di tutte le esperienze queer.

Questa operazione di facciata va ben oltre ciò che si vede nei media riguardo le vite queer. Viene fatta anche nella rappresentazione dei movimenti per i diritti queer, oggi come in passato, come se fossero guidati per la maggior parte da uomini bianchi, mascolini e cisgender.

Questa cancellazione delle persone transgender, delle donne cisgender e delle persone di colore, non è soltanto un falso storico, ma pone gli uomini bianchi come i principali agenti di cambiamento, sia storicamente che al giorno d’oggi.

Il matrimonio egualitario come obiettivo principale del ‘movimento per i diritti gay’™

 Dato che il tema del matrimonio egualitario ottiene sempre più successo in tutto il paese, elezione dopo elezione, dobbiamo mettere in discussione la centralità di questo tema come “il tema dei diritti gay” ™.

Lottare per uguali diritti e per la liberazione sessuale significa, ovviamente, molto di più che lottare per il diritto di sposarsi: ma in che modo presentare il matrimonio egualitario come il tema principale significa anche promuovere l’omonormatività?

Il matrimonio come tema principale presuppone l’esigenza che tutte le relazioni debbano imitare questo standard eteronormativo di sessualità e struttura familiare. Promuove l’idea che tutte le persone vogliano emulare le coppie monogame etero.

Quando ci focalizziamo su questo tema, escludiamo come inaccettabili altre strutture di relazioni, quelle poliamorose e altre strutture non-normative, così come, ovviamente, coloro che non vogliono sposarsi.

Nel momento in cui il matrimonio diventa inclusivo di un particolare tipo di relazione queer, esso perpetua una forma di controllo rispetto ad altri tipi di relazioni, mantenendo salda la linea di confine di quella che è una “relazione queer accettabile”.

Focalizzarsi sul matrimonio non costituisce una grossa sfida, poiché pone come priorità l’approvazione della propria relazione da un punto di vista legale rispetto a una reale trasformazione delle relazioni e della società.

Mostrando che la gente che sta al di fuori della norma eterosessuale vuole le stesse cose che vuole “l’America tradizionale e etero”, il movimento per il matrimonio egualitario lotta per ottenere l’accesso a questa istituzione sociale riproducendo, piuttosto che sfidando, il predominio eterosessuale e la normatività, e usa ciò come base per stabilire chi merita di avere i diritti.

La “Campagna per i Diritti Umani” (e altre principali no-profit)

La “Human Rights Campaign” (HRC), la “Campagna per i Diritti Umani”, che è una delle più grosse e influenti organizzazioni LGBT del paese, è un potente simbolo di omonormatività: molt* attivist* hanno contestato, e contestano tuttora, il suo ruolo nel movimento.

Ecco solo alcuni esempi del perché la HRC non è rappresentativa del movimento per i diritti queer, né corrisponde alle loro esigenze:

La HRC continua a escludere e a marginalizzare ulteriormente le vite delle persone trans e delle persone che non si conformano al genere. Il fatto più eclatante è che, nel 2007, la HRC ha scelto di sostenere una versione non-inclusiva della legge federale contro la discriminazione sul lavoro, che escludeva le tutele basate sull’identità di genere, mentre la maggior parte di altri gruppi di pressione LGBTQIA+ hanno scelto di sostenere la versione inclusiva.

La HRC sostiene grandi imprese e banche che danneggiano le comunità queer, come dimostra soprattutto la sua decisione di assegnare il premio per “l’innovazione nella parità lavorativa” nel 2011 alla Goldman Sachs, un’organizzazione che è il simbolo della rapacità commerciale e che favorisce le diseguaglianze economiche.

Cosa ci dice il fatto che un’organizzazione per “i diritti queer” renda omaggio a una compagnia corrotta e distruttiva come la Goldman Sachs, ignorando al tempo stesso i problemi causati dalle diseguaglianze economiche, come per esempio i/le tant* giovani queer che vivono per strada?

La HRC ha sempre ignorato, e continua a farlo, il razzismo come un problema che si intreccia con i diritti queer, tanto da non figurare neanche come uno degli “argomenti” nel loro sito web.

Hanno sempre taciuto anche a proposito dei problemi legati al sistema carcerario e alla violenza delle forze dell’ordine (che dovrebbe essere importante per loro, visto che una grossa percentuale di persone queer viene criminalizzata e incarcerata).

Ciò dimostra la mancanza di una consapevolezza intersezionale all’interno dell’organizzazione, dimostra come sia un’organizzazione gestita da persone bianche della classe media, che privilegiano le proprie esperienze, e come la HRC non intenda in realtà sfidare il regime di oppressione sistemica e strutturale.

Questi problemi non sono limitati alla HRC, ma riflettono il complesso dell’industria no-profit, che tende a richiedere che una maggiore energia sia convogliata nel reperimento di finanziamenti, nel costruire rapporti con le persone potenti e nel lavorare con un approccio dall’alto verso il basso, piuttosto che fare confluire le energie nel costruire un vero movimento per il cambiamento.

Vediamo che questo sistema di valori viene riprodotto in molte altre organizzazioni di attivist*.

Le organizzazioni come la HRC – che danno la priorità al denaro, al potere e alle riforme che favoriscono coloro che sono già persone privilegiate all’interno del movimento – devono essere messe in questione.

Non dovrebbero parlare per il nostro movimento, né dovrebbero trarre profitto dal movimento: e non ci porteranno verso una eguaglianza e una liberazione che siano reali e inclusive.

Il silenzio intorno a Chelsea Manning

Il movimento mainstream per i diritti queer è stato in larga misura zitto riguardo alla questione di Chelsea Manning, una gola profonda dell’esercito che ha reso pubbliche informazioni riservate circa l’ingiusta detenzione e la tortura di alcune persone a Guantanamo da parte degli USA, le vittime civili delle guerre in Iraq e Afghanistan, il ruolo degli interessi corporativi nell’esercito e nella diplomazia e altro ancora, per i quali lei sta attualmente scontando una pena di 35 anni in una prigione militare.

Al di là di ciò che un* pensa della decisione di Manning di rendere pubbliche queste informazioni, è importante parlare del peso che ha avuto il trattamento ricevuto da Manning sui media e il fatto che sia una donna transgender in carcere.

Per esempio la reazione dei media all’annuncio di Chelsea, lo scorso anno, della sua transizione è diventato un’opportunità per discutere di come i media continuino a sbagliare l’attribuzione di genere delle persone transgender.

Più di recente, si sta discutendo dell’importante questione dell’accesso o meno alla terapia ormonale per le persone transgender e Chelsea e l’American Civil Liberties Union (ACLU), Unione americana per le libertà civili, hanno fatto causa al il Dipartimento della Difesa per permetterle di ricevere la terapia appropriata.

In seguito alla storia e alle decisioni di Chelsea Manning ci sono stati importanti dibattiti nella società civile e sono sorte nuove opinioni riguardo al cambio del nome e ai pronomi di genere, all’accesso alle terapie ormonali e al trattamento delle persone transgender nell’esercito e nelle carceri.

Nonostante ciò, il movimento mainstream per i diritti queer ha quasi sempre taciuto sulla vicenda – e a volte ne ha sminuito l’importanza – anziché sostenere Chelsea.

Omonazionalismo in Israele

Il termine omonazionalismo porta l’idea di omonormatività ancora oltre riferendosi al modo in cui le persone queer – per la maggior parte uomini bianchi occidentali – si sono allineate con le ideologie nazionaliste del proprio paese.

Mentre l’omonormatività descrive l’allineamento di persone, spazi e lotte queer con le norme culturali eterosessuali, l’omonazionalismo descrive questo allineamento all’interno dello stato-nazione, tramite il patriottismo, il nazionalismo e il supporto per l’esercito nazionale e per altre forme di violenza di stato.

Proprio ora, il progresso queer viene usato come simbolo della benevolenza e modernità di alcune nazioni e come giustificazione morale per guerre, colonizzazioni e occupazioni.

Abbiamo visto il caso dei diritti delle donne usati in modo simile dalle nazioni occidentali.

Con l’accettazione sempre maggiore dei soggetti queer iniziamo a vedere questo progresso utilizzato per promuovere il diritto di specifiche nazioni a usare la violenza su altre, spesso attraverso la diffusione intenzionale di atteggiamenti islamofobici e anti-immigrazione.

Per esempio, in Israele l’omonazionalismo è sempre più palese e messo deliberatamente in scena.

Definito anche “pinkwashing”, l’omonazionalismo si vede nel modo con cui Israele promuove regolarmente la falsa immagine che il paese sia una “utopia gay” in modo da sviare l’attenzione dalle sue continue violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese.

In questo caso i diritti queer sono stati co-optati e usati dal governo israeliano come strumento di politica internazionale per normalizzare e sostenere le espansioni dei propri insediamenti coloniali, la costruzione di muri di confine e le uccisioni extra-giudiziali – ossia la sua occupazione della Palestina.

Un esempio particolarmente impressionante è il tentativo della campagna per vendere il “brand Israele” attirando il turismo gay verso il paese.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri, sono stati spesi 88 milioni di dollari in marketing internazionale per far diventare Tel Aviv il top delle destinazioni per le vacanze gay, per lo più attraverso i social media – Facebook, Twitter, etc.

Altri milioni sono stati spesi in tentativi di appellarsi al supporto internazionale liberale e giovanile, dipingendo Israele come una cultura queer-friendly come prova del proprio impegno a favore dei diritti umani.

Queers Against Israeli Apartheid, Queer contro l’apartheid israeliano, ha denunciato l’ipocrisia di chiamare Israele una “utopia gay” mentre la violenza dell’occupazione israeliana rende la vita molto più difficile per le persone arabe queer.

Hanno fatto notare che “l’omofobia esiste in Israele, Palestina, e al di là di ogni confine.  Ma i/le queer palestinesi affrontano la sfida ulteriore di vivere sotto l’occupazione, di essere soggetti alla violenza e al controllo dello stato israeliano. Il sistema di apartheid israeliano estende i diritti omosessuali solo ad alcuni, basandosi sulla razza”.

Nel tentativo di zittire i discorsi sulla responsabilità di Israele all’interno della comunità queer internazionale, non solo viene messa a tacere la questione dell’occupazione Israeliana, ma anche le voci dei/lle queer arab* e musulman*.

Dal momento che gli Stati Uniti sostengono Israele politicamente e finanziariamente – fornendo loro 3 miliardi di dollari in aiuti militari ogni anno – nei nostri spazi queer o sui media mainstream viene detto ben poco su questa questione.

Nonostante la messa a tacere, ci sono dei/delle grandios* attivist* queer nel mondo, inclus* quell* in Israele e Palestina, che lavorano duro per attirare l’attenzione sulla connessione tra i diritti queer e la fine dell’occupazione della Palestina.

***

Quelli qui sopra sono solo una manciata di esempi di omonormatività, ma ce ne sono innumerevoli altri.

Alcuni esempi comprendono l’assegnazione delle priorità all’interno dei movimenti mainstream per i diritti queer: l’abolizione del principio “Don’t Ask Don’t Tell” (non chiedere non dire, ndT) nell’esercito statunitense, l’esclusione e la svalutazione delle persone transgender e di quelle al di fuori del binarismo di genere all’interno degli spazi queer, il silenzio sul caso della donna trans nera CeCe McDonals, l’aumento del marketing dei prodotti di consumo che hanno come target la comunità queer, l’aumento della sponsorizzazione corporativa delle sfilate del Pride, e la partecipazione esasperante delle persone queer bianche che negano la loro posizione di privilegio e la loro complicità nell’attuale discorso sulla violenza della polizia contro le comunità nere.

Ognuno di questi punti meriterebbe un post a sé stante, e potrebbe sembrare separato dagli altri in quanto esperienza vissuta.

Ma è seguendo questo utile concetto di omonormatività che si può esaminare come ogni problema sia collegato al seguente, così da poter iniziare a lavorare per metterlo in discussione a partire da questa più ampia cornice di interpretazione.

Per poter sfidare le strutture omonormative che si accumulano contro di noi, si deve lavorare da un punto di vista che supporti l’inclusività, l’attivismo dal basso, la costruzione di coalizioni, una solidarietà queer globale e una coerente analisi intersezionale.

Ed è importante ricordarci della nostra stessa storia. Il movimento per i diritti queer era in principio fondato su una politica radicale che ha sistematicamente messo in discussione il capitalismo corporativista, l’esercito e la struttura eteronormativa del matrimonio.

È onorando questo lascito di politiche radicali e dando priorità alle esigenze e alle voci di chi è più marginalizzat* che possiamo realmente lavorare insieme per una più ampia liberazione e uguaglianza sessuale e di genere.

Laura Kacere è collaboratrice di Everyday Feminism, attivista femminista e organizzatrice, volontaria di supporto nelle cliniche per abortire, specializzanda universitaria e insegnante di yoga. Vive e studia a Chicago. Quando non studia, è solita pensare agli zombi, suonare, mangiare cibo libanese e desiderare di essere circondata da alberi. Seguitela su Twitter @Feminist_Oryx

Cookie, biscotti, tasti social

Da oggi, e in adesione all’informativa per la privacy di Giovanni Scrofani, dal blog spariscono i pulsanti social.

Se volete condividere, usate il copincolla come si faceva una volta. Per il peso al culo ringraziate la legislazione italiana, come sempre indietro di 10 anni e sempre fieramente ufficio complicazioni affari semplici.

Per informazioni, vedete anche il relativo post su Valigia Blu.

C’è un motivo se mentre il matrimonio omosessuale vince, il diritto all’aborto perde

Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway e agnes nutter.

gay love

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di vista medico.

A parte i casi in cui i media riportano qualche affermazione delirante di un Todd Akin o di un Richard Mourdock [repubblicani anti-abortisti], dov’è lo sdegno dell’opinione pubblica nazionale? La maggior parte degli americani sono pro-choice [a favore dell’aborto legale], più o meno; solo una piccola minoranza vuole l’abolizione dell’aborto legale. Se si pensa, poi, che in media una donna su tre avrà avuto almeno un aborto prima di raggiungere la menopausa, e che la maggior parte di queste donne ha avuto genitori, partner, amiche/i – qualcun* – che le ha aiutate ad ottenerlo, la reazione tiepida di fronte all’attacco alle leggi sull’aborto in senso restrittivo deve includere molte persone che hanno beneficiato esse stesse della possibilità di un aborto sicuro e legale.

I media presentano il matrimonio egualitario e i diritti riproduttivi come questioni di una “guerra culturale”, come se in qualche modo esse camminassero insieme. Ma forse non sono tanto simili quanto pensiamo. Ecco alcune distinzioni:

Il matrimonio egualitario riguarda l’amore, il romanticismo, il coinvolgimento in una coppia, mettere su casa, farsi una famiglia. La gente ama! Ama! Ma il matrimonio egualitario significa anche legare l’amore ai valori della famiglia, allargare un’istituzione conservatrice che ha già perso molto del suo potere coercitivo sulla società e che per milioni di persone è diventata solo un’opzione. (Il matrimonio egualitario dunque segue la legge di Pollitt: le persone marginalizzate ottengono l’accesso quando qualcosa è diventato di minor valore, ecco perché oggi le donne possono essere critiche d’arte e le persone afroamericane vincono premi di poesia). Lungi dal costituire una minaccia al matrimonio, come sostengono gli oppositori religiosi, consentire alle persone omosessuali di sposarsi dà all’istituzione un aggiornamento di cui ha molto bisogno, e fa in modo che le persone LGBT non rappresentino una minaccia per lo status quo: anziché dei pedofili promiscui e insegnanti di ginnastica single, i gay e le lesbiche sono i vostri vicini che comprano i mobili da Ikea e fanno il barbecue in giardino.

I diritti riproduttivi [contraccezione, aborto] al contrario, riguardano il sesso – la libertà sessuale, l’opposto del matrimonio – in tutto il loro splendore caotico e incontrollato.

hayworth

Sostituiscono l’immagine della donna casta, della madre che si sacrifica e che dipende dall’uomo con quella della donna indipendente, che ha rapporti sessuali e probabilmente nessuna voglia di sacrificarsi. Non importa che la contraccezione sia indispensabile per la vita moderna, che l’aborto preceda di migliaia di anni la rivoluzione sessuale, che un sacco di donne che abortiscono sono sposate o che la maggior parte (60%) di loro siano già madri. La contraccezione e l’aborto permettono alle donne – e, in misura minore, agli uomini – di fare sesso senza punizione, ovvero ciò che viene chiamato anche “responsabilità”. E la nostra cultura puritana risponde: “dovrai pagare per quel piacere, sgualdrina”.

Il matrimonio omosessuale è presentato come voluto dagli uomini. Le coppie lesbichecostituiscono la maggior parte dei matrimoni omosessuali, ma la stessa espressione “matrimonio gay” lo fa apparire come un tema di interesse maschile. Ciò lo rende una cosa di interesse per tutti, perché tutto ciò che è maschile è di interesse generale. Sebbene molte persone che hanno combattuto per il matrimonio omosessuale siano attiviste e avvocate lesbiche, gli uomini gay hanno parecchio potere sociale ed economico, e lo hanno usato in maniera efficace per far diventare la causa un fatto mainstream.

I diritti riproduttivi [la contraccezione, l’aborto], invece, hanno a che fare, inevitabilmente, con le donne. La misoginia diffusa ovunque significa che non solo quei diritti siano stigmatizzati – insieme alle donne che li esercitano – ma che gli uomini non li vedano poi come chissà quanto importanti, mentre le donne hanno un potere sociale limitato per promuoverli. E questo potere è messo facilmente in pericolo da un’identificazione troppo forte con qualunque cosa non sia la versione più blanda del femminismo. Non ci sono amministratrici delegate di grosse compagnie a versare milioni per i diritti riproduttivi o a minacciare di trasferire la propria azienda se uno stato smantella l’accesso all’aborto. E tranne poche eccezioni, anche le vip più famose si tengono ben alla larga dalla questione.

Il matrimonio egualitario interessa tutte le classi sociali. Chiunque può avere un* figl* LGBT, e ogni genitore di qualsiasi appartenenza politica vuole, com’è ovvio, che i/le propri/e figl* abbiano le stesse opportunità di tutt* gli/le altr*. Allo stesso modo, qualsiasi donna potrebbe trovarsi ad aver bisogno di abortire, ma forse non tutte se ne rendono conto. Se si punta solo a migliorare le pratiche di controllo delle nascite, ciò significa che le donne benestanti e istruite potranno controllare molto bene la propria fertilità con l’aiuto di un medico privato – certamente meglio delle donne che si affidano alle strutture pubbliche – e che potranno abortire se ne avranno bisogno. Sono le donne con reddito basso ad essere pesantemente danneggiate dalle restrizioni sull’aborto – e da quando in qua i loro problemi sono in cima alla lista di priorità delle classi medie e alte?

never again

Il matrimonio egualitario non costa nulla alla società e non toglie potere a nessuno. Nessuno è stato in grado di sostenere in modo convincente che il matrimonio gay danneggi in qualche modo il matrimonio etero. Invece i diritti riproduttivi hanno un costo: si deve prevedere inevitabilmente un finanziamento pubblico. (“Se vuoi divertirti, divertiti, ma non chiedere a me di pagare il conto” ha dichiarato un legislatore del New Hapshire nel tentativo di tagliare i fondi sulla contraccezione). Inoltre, la contraccezione e l’aborto conferiscono potere alle donne e lo tolgono ad altre persone: i genitori, i datori di lavoro, il clero e gli uomini.

Col matrimonio egualitario nessuno ci perde. Ma molte persone, incluse quelle che si definiscono pro-choice, credono che con l’aborto qualcun* perda: l’embrione o il feto. Devi avere una considerazione altissima delle donne per stare dalla parte della donna incinta, con tutte le sue inevitabili complessità e manchevolezze, anziché dalla parte della potenzialità, così pura, del/la futur* bambin*.

Il matrimonio egualitario è una cosa meravigliosa, un importante diritto civile che conferisce dignità a un gruppo di persone che prima ne era escluso. Nel corso del tempo, esso potrà incidere in qualche modo sulle convenzioni di genere del matrimonio eterosessuale, ma non porterà alcun cambiamento fondamentale nella nostra organizzazione sociale ed economica. I diritti riproduttivi, invece, sono inevitabilmente collegati al più ampio progetto del femminismo, che ha già destabilizzato ogni ambito della vita, dalla camera da letto alla sala riunioni del consiglio di amministrazione. Che cosa potrebbero esigere le donne, che cosa potrebbero realizzare, come potrebbero scegliere di vivere, se ogni donna avesse figli solo quando, e se, li vuole? Dire che questasarebbe una “guerra culturale” è dire poco.

pro-choice

Prove generali di criminalizzazione etnica – Torino

È di qualche giorno fa l’epilogo di una vicenda che va avanti da diversi mesi: il rifugio ENPA di via Germagnano a Torino ha subito una grave devastazione nel corso della notte del 21 maggio, le gabbie che ospitavano i cani distrutte o danneggiate, gli animali terrorizzati, l’infrastruttura gravemente lesa. Il tutto ad opera di ignot*, anche se i volontari sono sicuri nel voler addossare la responsabilità del gesto al vicino campo nomadi di corso Tazzoli. Secondo i volontari, infatti, l’escalation di attacchi che si sono susseguiti nei mesi scorsi sarebbero stati portati avanti da alcuni membri del campo – una trentina, secondo loro. Tutto questo, ça va sans dire, senza uno straccio di denuncia o di accertamento da parte delle autorità preposte. Sempre secondo i volontari, la situazione di esposizione agli atti vandalici del rifugio sarebbe stata segnalata già diverso tempo fa senza che nessuno fosse intervenuto. Continue reading “Prove generali di criminalizzazione etnica – Torino”

Stronzate che le femministe bianche devono smettere di fare

Stronzate che le femministe bianche devono smettere di fare

tr.it. Agnes Nutter e Nicole Siri

Sono una femminista bianca(*), e lasciate che vi dica una cosa: il femminismo bianco fa schifo. È esclusivo, oppressivo, e contribuisce a marginalizzare ulteriormente le persone su cui la misoginia ha maggiore impatto. Sfortunatamente, il femminismo bianco è anche la norma femminista in occidente, il che significa che le femministe bianche hanno gli spazi più ampi, il maggiore accesso a media e risorse, e sono generalmente considerate La Voce del Femminismo. In teoria, qualcun* che fosse davvero interessat* all’eguaglianza (equality) userebbe questi strumenti per dare più voce alle donne di colore. In pratica, la supremazia bianca è un problema reale e le femministe bianche sembrano spesso dimenticare che il loro privilegio di razza rende facilissimo calpestare le donne di colore mentre lavorano per smantellare il patriarcato.

Quindi, in onore della Giornata Internazionale delle Donne, ecco una lista non esaustiva delle Stronzate che le Femministe Bianche Devono Smettere di Fare: Continue reading “Stronzate che le femministe bianche devono smettere di fare”