Subvertising: failed. Note su “La majorité opprimée” di Eléonore Pourriat.

Il subvertising è una pratica che, in teoria della comunicazione, viene impiegata per diversi scopi. La Professoressa Giovanna Cosenza, per esempio, suggerisce di impiegarla per verificare se una pubblicità ha un’impostazione sessista oppure no. Invertendo i ruoli di genere, cioè mettendo la donna al posto dell’uomo e viceversa, se il risultato suona improbabile allora la pubblicità è sessista.

 

In questi giorni è diventato virale, in seguito all’uscita del video su youtube con sottotitoli in inglese, il cortometraggio, prodotto nel 2010, di Eléonore Pourriat “La majorité opprimée” (The Oppressed Majority, tradotto in inglese, “La maggioranza oppressa” in italiano). Si tratta appunto di un subvertising: Pourriat ha voluto dimostrare in 10 minuti come le donne, in Francia, siano oppresse capovolgendo radicalmente i ruoli. La storia è semplice: Pierre, un padre presumibilmente casalingo, durante una giornata qualsiasi viene violentato in un vicolo da una banda di ragazze; alla stazione di polizia dove si reca per la denuncia viene creduto con grandi riserve, e anche Marion, sua moglie, non gli riserva un trattamento migliore incolpandolo di essersela cercata per il modo in cui veste.

Il video nei suoi contenuti è interessante ma non per l’efficacia con cui smaschera la situazione di “oppressione” in cui vivono le donne, bensì perché ad essere smascherati sono una serie di cliché tipicamente normati che incorrono anche all’interno di un video subvertiser come questo. Ma analizziamolo meglio per far capire cosa intendo.

Il video si apre sulle note di “Comme un garçon” (Come un ragazzo) di Sylvie Vartan. I ritornelli della canzone recitano: “Pourtant je ne suis qu’une fille / Et quand je suis dans tes bras / Je n’suis qu’une petite fille / Perdue, quand tu n’es plus là / Tu fais ce que tu veux de moi / Je suis une toute petite fille / Et c’est beaucoup mieux comme ça / Voi-là” (Eppure non sono che una ragazza / e quando sono tra le tue braccia / non sono che una ragazza / persa, quando non ci sei più / Tu di me fai quello che vuoi / sono proprio solo una ragazzina / ed è molto meglio così / ecco). Laddove le strofe parlano di una ragazza che si comporta né più né meno di come fanno di solito i ragazzi, descrivendo quindi una situazione di formale parità di genere, i vari ritornelli smentiscono questa parità e riportano la ragazza in una situazione di subalternità al maschile. La musica viene accompagnata dalle immagini di una serie di ragazze, quasi tutte bionde e molto giovani, sicuramente tutte caucasiche, riprese in situazioni di quotidianità. Personalmente, avrei scelto una canzone diversa. Molto diversa.

La prima scena che mostra il vero punto di vista di chi ha scritto e diretto il cortometraggio è quella in cui Pierre lascia il figlioletto da Nissar, un babysitter (aide paternelle, ossia un aiuto padre) islamico che indossa un passamontagna-hijab che gli è stato imposto dalla moglie. Pierre illustra a Nissar il suo punto di vista in stile neocoloniale: quell’abbigliamento e il fatto che si sia dovuto rasare baffi e basette lo fanno sembrare un bambino, mentre lui è un uomo e nessuno può dirgli cosa deve o non deve fare. L’unica risposta che Nissar riesce a mettere insieme è “Lo faccio perché in questo modo dio mi protegge”. Il fallocentrismo occidentale di questa scena, mi si permetta di dirlo, è stucchevole. Oltretutto, la gestualità di Nissar è quella ammanierata, cortese, sorridente e afasica che un occidentale si aspetta di vedere in una persona appartenente ad una diversa cultura che si reputa essere sottomessa e subalterna (alla propria, ma non solo). Nissar, in questa scena, non ha quasi letteralmente le parole per contraddire ciò che Pierre gli sta addossando.

L’iperbole subvertiser di Pourriat prosegue mostrandoci la scena di una molestia verbale subita da Pierre mentre aspetta in bicicletta che un semaforo diventi verde. All’incrocio, una homeless (o una punkabbestia) di origine non caucasica o comunque mista lo importuna in modo piuttosto pesante. Pierre cerca prima di ignorarla, poi di reagire verbalmente. La homeless lo incalza insultandolo e assumendo un atteggiamento ancora più aggressivo quando Pierre pedala via. Qui inizia ad essere più chiaro anche il punto di vista medio-borghese perbene.

Punto di vista che si palesa nella scena seguente. Pierre ferma la bicicletta legandola ad un palo, e quando scorge una ragazza, Samia (nome dall’eco esotica mediorientale), accovacciata nel vicolo che urina, sbotta a voce alta. La ragazza fa parte di una gang di altri elementi femminili che da come sono vestite e dal modo volgare con cui si esprimono vengono rappresentate come facenti parte della categoria per/male non-borghese. Pierre cerca di mandarle via facendo la voce grossa, ma queste non solo non se ne vanno: prima lo molestano verbalmente, poi lo spingono nel vicolo e lo annichiliscono verbalmente e fisicamente violentandolo. Capisco le esigenze narrative, la complessità che avrebbe recato con sé la rappresentazione di una scena più aderente a quanto ci dicono i dati (ossia che oltre il 75% delle violenze sessuali avviene tra le mura domestiche o da parte di persone ben conosciute); tuttavia è fuorviante, soprattutto in un tentativo di subvertising, che si associ l’immagine della violenza sessuale con quella non solo della estraneità dei soggetti che violentano, ma addirittura della alterità di classe sociale e di appartenenza extra-nazionale.

L’ultima immagine su cui mi vorrei soffermare, e a mio avviso la più interessante per la multi-produttività di stereotipi e scivolamenti (o scivoloni) semantici, è quella che vede Pierre interagire con questa moglie fantasma, Marion, fuori dall’ospedale. Pierre cammina in modo instabile per le ferite riportate. Ad un certo punto sbotta, affermando di non poterne più di questa “società femminista” (sic!). Marion lo incalza dicendo di non poter soffrire questi discorsi “maschilisti” (sic!). Il litigio prosegue con Marion che lo accusa di essersi cercato lo stupro per il modo in cui è vestito (camicia, bermuda e infradito in un’estate torrida), e Pierre che le chiede “Cosa dovrei fare, allora? Mettermi anche io un passamontagna-hijab?” (sic!). Un errore comune quello di pensare che femminismo e maschilismo siano termini antonimi: finiscono tutti e due in -ismo, mentre femm- e masch- sono i morfemi che identificano i due generi di cui ognuno di noi conosce, che sono com’è idea comune opposti uno all’altro. Ma nell’accezione in cui viene usato qui il termine, “maschilismo” non andrebbe ad identificare un sistema di usi e credenze in cui un genere dominante sopraffà l’altro (o meglio, gli altri), bensì un sistema di usi e credenze di valore uguale ma opposto al suo antonimo, il femminismo. Il femminismo, di conseguenza, non sarebbe un sistema di valori che si prefigge l’obiettivo di liberare il genere (e i generi) oppresso, bensì di opprimere a sua volta il precedente oppressore. E questo è, come ben sa chi si occupa di questioni di genere, il grande fraintendimento circa il femminismo. E a quanto pare non lo si riesce a scardinare nemmeno dalla mente di chi costruisce una narrazione senza, pare, prima accertarsi di quali teorie e pratiche stiano alla base dell’idea che si vuol portare avanti. Il discorso neocoloniale borghese è, invece, universale. Il peggio che ci si riesce ad immaginare è questo hijab, qui rappresentato come un passamontagna che camuffa parzialmente la propria identità. Dei discorsi di riappropriazione culturale che sono alla base dell’uso del velo da parte delle donne in molti contesti islamici non conosciamo niente. Siamo ciech* e sord*. Quand’anche una donna ci venisse a dire che il chador che indossa è una sua libera scelta, noi penseremmo che è la sua cultura oppressiva a farle credere di avere fatto da sé quella scelta. Bambine che devono essere condotte per mano sulla via della civiltà, come dice anche Pierre a Nissar quando lo apostrofa sull’uso del passamontagna-hijab.

In conclusione, quella di “Majorité opprimée” è un’azione di subvertising fallimentare. Non solo ha una più che blanda effettività rispetto allo scopo che si vuole prefiggere, ma ha il notevole svantaggio di far risplendere come abbaglianti nella nebbia tutti quei discorsi mainstream a cui siamo, ormai, tristemente abituat*.

Precedentemente pubblicato su: http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/02/15/subvertising-failed-note-su-la-majorite-opprimee-di-eleonore-pourriat/ (15/02/2014)

 

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