Sugli stage curriculari

Avvertenza: per il momento, dei dati contenuti in questo articolo non ho inserito la fonte. Mi prendo quindi la libertà di citare alcuni risultati andando a memoria, e di inserire i documenti ufficiali che ne parlano più avanti, correggendo gli eventuali dati inesatti.

Tutte le mattine, una studente si alza e sa che dovrà correre più veloce degli annunci di stage curriculari. Tutte le mattine, io, mi preoccupo sempre di leggere tutti gli avvisi messi online sul sito del mio dipartimento, perché so che uno stage curriculare mi sta alle calcagna. Ogni tanto, per fortuna solo ogni tanto, un annuncio di stage curriculare mi colpisce dritto in un occhio: ha corso più veloce di me.

Mi è successo per esempio ieri pomeriggio quando, sfogliando gli avvisi della mia università, sono incappata in questo (clic per ingrandire):

lavorogratis2

Trasmessa l’immagine a Eretica, si è scatenato un piccolo vespaio.

Prima di aprire il dibattito, un paio di chiarimenti. Anzitutto, cos’è uno stage (sost. masch., pron. [‘staʒə], grazie) curriculare? È un periodo di lavoro a scopo formativo da svolgere senza che intercorrano rapporti di retribuzione diretta tra il somministratore e chi si fa somministrare, che matura crediti formativi universitari (cfu) nella proporzione di 1 ogni 25 ore di lavoro, e che è fondamentale e non derogabile per poter raggiungere i crediti necessari per laurearsi. In soldoni, non ti possono passare uno stipendio o un forfettario orario, ma possono comunque accordarti il famigerato “rimborso spese”. Quante volte viene accordato il rimborso spese? Poche. Pochissime. Si può dire praticamente mai. La Prof Cosenza sul suo blog conduce da anni una vera e propria campagna informativa (quasi una battaglia) affinché i suoi studenti smettano di accettare stage senza rimborso spese. Un’altra precisazione è necessaria. Uno stage curriculare viene normalmente svolto in ambiti in cui lo/la studente ha già delle competenze di base, sviluppate nel corso degli studi universitari. Lo stage viene fatto per concretizzare ed affinare queste competenze, ed è un’esperienza davvero molto importante, checché se ne dica. Per questo motivo sarebbe non opportuno ma fondamentale che lo stage riguardasse un’attività o un ambito a cui lo/la studente intendesse dedicarsi anche in futuro.

Perché questo annuncio non va bene? Per diversi motivi. Il primo, il più macroscopico, è che si tratta di un ente pubblico che decide tassativamente (ed arbitrariamente?) di non accordare un rimborso spese, nemmeno figurativo e minimo come potrebbero essere 70/100€ al mese, anche solo per dare il “buon esempio”. Per dirla proprio in tono polemico ma spero costruttivo, si pretende che un* studente metta le proprie competenze, faticosamente maturate in due o tre anni, a servizio di un bene superiore senza riconoscere null’altro che degli intangibili crediti formativi, e due paginette di relazione; col rischio, per di più, che lo stage possa andare male e i crediti non venire riconosciuti – sì, può succedere ed è successo. Da un certo punto di vista, per tutelare i saperi e visto che il legislatore non intende impegnarsi in questo senso, gli atenei dovrebbero di loro sponte impegnarsi a non pubblicare più annunci di aziende ed enti che richiedano stagist* senza però prevedere un rimborso spese. Visto che l’ateneo mette a disposizione una vetrina e la forza lavoro all’azienzda o ente, è giusto che aziende ed enti diano qualcosa in cambio – che non è lo stage, perché non dimentichiamo che ormai nessuno più fa filantropia, nessuno più prende con sé un* incapace per renderl* capace, ma solo perché necessità delle sue competenze specifiche. L’ex ministra Fornero aveva cercato di fare un passetto avanti introducendo un tetto massimo sia del numero annuo di stagist* che aziende o enti potevano assumere se non seguiva un’assunzione in organico a tempo indeterminato, sia delle mensilità massime assolute di stage che un laureato poteva svolgere a partire dal primo anno di iscrizione all’università; questo proprio perché una ministra comunque criticabile sotto diversi altri punti di vista, si rendeva conto che quella degli stage non retribuiti ad libitum stava diventando una piaga sociale che si riversava su giovani (e meno giovani) che avevano sudato sette camicie1 per poter ottenere un titolo di studio.

Il secondo, non meno importante, è vero che ormai normalmente questi tipi di servizi vengono gestiti da personale volontario, e che solo i responsabili sono regolarmente assunti, ma è anche vero che si tratta di professionisti che hanno svolto un corso di studi o hanno anni di esperienza nel settore a cui sono assegnati o che per lo meno hanno seguito dei corsi di formazione. Il mio è un Dipartimento di Studi Umanistici, dove a stento abbiamo un laboratorio di Studi di Genere e Queer, che pur essendo un’iniziativa assai lodevole è ben lontano – perché non è il suo scopo – dall’avere uno sbocco pratico a livello psicologico o legale o sociologico. Non è un prerequisito sufficiente per rendere un* studente o un laureando in grado di capire di cosa si occupa e lavorare coerentemente all’interno di un nodo provinciale antidiscriminazione (che è un termine-ombrello che include non solo le discriminazioni di genere ma anche quelle sessuali, razziali, religiose, e quelle verso i disabili per esempio) e di gestione di un numero verde contro la violenza sulle donne. Lo possono fare gli e le studenti dei corsi di laurea in Sociologia, in Giurisprudenza, e in Psicologia. Ma quelli di Lingue, Lettere e Filosofia? Verranno affiancati e formati? Visto il testo dell’annuncio, non è dato saperlo, anche se è un dato di non poca importanza.

Un altro punto interessante è che nelle facoltà umanistiche, normalmente, la proporzione ragazze/ragazzi è solitamente sbilanciata a favore delle prime. Da me, così a occhio, siamo sui 65/35 se non addirittura 70/30. Perché è un dato da non sottovalutare? Perché di solito ad essere sensibili nei confronti dei temi riguardanti la discriminazione di genere e la violenza sulle donne sono… le donne! E qui rischia di innescarsi un meccanismo che ha del mefistofelico: con una disoccupazione femminile al limite del 50%, con una situazione retributiva del 30% inferiore a quella maschile a parità di inquadramento, ad essere sfruttate, in questo modo, rischiamo sempre e comunque di essere noi donne. Molte di noi iniziano ad essere stufe marce di queste meccaniche che ci portano ad essere continuamente subordinate al “potere” dominante. Molte di noi vogliono iniziare a vederci chiaro perché tutto sentono di essere tranne che delle vittime del “sistema”. Molte di noi rifiutano di entrare a far parte di questo sistema di sfruttamento, a costo di rimanere ai margini. Molte di noi vorrebbero che si avviasse un percorso di presa di coscienza e di consapevolezza collettivo circa questi argomenti, e non solo.

Mi sento di aprire un piccolo capitolo sul volontariato, derivante da alcune osservazioni che si sono fatte su facebook. A fare volontariato è soprattutto il genere femminile. Ma fare volontariato, come dice la parola stessa, è un atto volontario. Si mettono le proprie capacità, le proprie competenze, la propria professionalità, ed una quantità di tempo che nessuno può mettere in discussione a servizio di una determinata causa. Sarebbe bello, molto bello, se da domani ogni forma di lavoro fosse su base volontaria e non avesse bisogno di venire retribuita perché ad ogni cittadin* verrebbero garantiti in altro modo i mezzi indispensabili per vivere dignitosamente. In un sistema capitalistico di sfruttamento della manodopera qualificata e specializzata, manuale ed intellettuale, ogni individuo è una risorsa (umana, per l’appunto) che fornisce plusvalore, e “vale” a seconda della quantità di plusvalore che è in grado di produrre. Questo valore si traduce in una retribuzione su base oraria, e altri benefici che possono essere concessi o meno. Agli organi centrali spetterebbe il compito di mettere dei paletti allo sfruttamento, di modo che non diventi sistematico e indiscriminato. Ma indovinate un po’? Si potrebbero raccogliere migliaia di indizi, partendo proprio da quelli dati dal legislatore negli ultimi quindici anni, che punterebbero in questa precisa direzione. Bisogna, secondo me, iniziare ad uscire da quest’ottica, secondo cui il/la professionista in formazione non ha bisogno di vedersi riconosciuto un corrispettivo monetario perché non ha niente da dare che produca plusvalore, cosa tra l’altro per nulla esatta. Volenti o nolenti, e senza l’intento di cadere in una retorica rassegnista o fatalista, viviamo in un sistema capitalista e consumista che segue, quindi, determinate regole. Anche per contestarlo ed iniziare a decostruirlo, abbiamo bisogno di determinati mezzi che, sfortunatamente, molto spesso ci vengono solo dall’accettarne limitatamente alcune condizioni. Tra queste condizioni c’è appunto il riscontro monetario: lo stipendio se si è dipendenti, o il pagamento della prestazione se si è autonomi. Si può decidere, anche se purtroppo non sempre, dove lavorare e quanto farsi pagare, ma lo si può fare quando si diviene consapevoli di questi meccanismi. Concludendo, è indispensabile cogliere la differenza sostanziale e formale che intercorre tra lo scegliere un percorso di volontariato e l’obbligatorietà di uno stage curriculare. Fare volontariato è un atto degno di nota, nessuno lo mette in dubbio, ma bisogna anche rendersi conto che non sono pochi gli individui che optano per questa scelta per non stare a casa con le mani in mano (ne ho conosciuti diversi personalmente). Questa sovrapposizione e anche un po’ il conseguente slittamento semantico tra volontariato e rapporto di dipendenza mi preoccupano. Mi preoccupano quando provengono da veri e propri datori di lavoro, ma mi preoccupano assai di più quando provengono da professionisti che, siccome gestiscono per intero un servizio su base volontaria (e principalmente perché non ci sono fondi per gestirli altrimenti), ritengono che conseguentemente ogni altro tipo di personale impiegato nel servizio non debba venire retribuito; questo anche se l’unica scelta che un* stagista metterebbe in atto è tra questo o quello stage. Professionisti che, beninteso, al contrario del/la stagista hanno la loro fonte primaria di reddito da un’altra parte.

Pensare questa riflessione mi ha anche fatto tornare in mente un episodio accaduto a me personalmente, pur non amando prendere le mie “avventure” ad esempio. Dal 2009 sono iscritta alle liste del collocamento mirato, o “categorie protette”. Nel periodo in cui questa iscrizione è stata perfezionata stavo cercando lavoro, e non avendolo trovato nell’anno e mezzo successivo (ma non solo per questo) sono tornata a studiare, segnalando al centro per l’impiego la mia sopraggiunta non disponibilità a lavorare. Durante il mio secondo anno di università, tuttavia, sono stata contattata da un’associazione che si occupa della tutela degli invalidi civili. La telefonata mi ha spiazzata, e purtroppo per me quando resto spiazzata non riesco ad attivare il filtro tra quello che penso e quello che dico. Il dialogo telefonico si è svolto all’incirca così:

Associazione(AS): Pronto, buongiorno, sono il responsabile dell’associazione X, la chiamo perché ho avuto il suo numero di telefono dal centro per l’impiego. Stiamo cercando una categoria protetta per un progetto in fase di avviamento.

AgnesNutter(AN): Buongiorno, guardi, non so davvero perché il centro per l’impiego le abbia dato il mio numero dato che sono ormai due anni che non cerco lavoro perché sto studiando.

AS: No ma non si preoccupi non è un lavoro, è un tirocinio! Se fa l’università le potrebbe anche dare dei crediti.

AN: Beh, dica, sentiamo.

AS: Stiamo cercando una categoria protetta che faccia un tirocinio da noi. 3 o 4 ore al giorno per 6 mesi almeno, con possibilità di proroga. Sa, lavori d’ufficio, cose molto semplici. L’unica cosa è che non possiamo accordare un rimborso spese perché sa, siamo un’associazione che si occupa di volontariato e quindi non avremmo fondi per pagare i tirocinanti.

AN: Quindi, scusi se glielo dico, mi faccia capire bene. State cercando dei “tirocinanti” che facciano parte delle categorie protette per farli lavorare gratis part-time per sei mesi, per poi magari prolungare il lavoro gratis per altri sei mesi?

AS: Ma no, non è un lavoro! E’ un tirocinio!

AN: Capisco quello che mi dice, ma il tirocinio dovrebbe essere un periodo di formazione, non vedo come possa essere formante fare dei lavori d’ufficio molto semplici che anche una persona con la terza media sarebbe in grado di fare, mi perdoni.

AS: Beh, se non è interessata non c’è bisogno di rispondere così.

AN: Non è che non sono interessata, è che non capisco con che criterio cerchiate una categoria protetta, cioè una persona con già dei problemi di salute, per svolgere a titolo gratuito un lavoro che andrebbe fatto dai volontari e oltretutto mascherandolo da tirocinio, quando sapete benissimo che percentuali di disoccupazione ci sono tra i disabili. Non mi sembra proprio il caso di andare ad incidere ulteriormente sulla condizione.

AS: Bene, non le faccio perdere altro tempo. (riaggancia).

Spero non ci sia bisogno di aggiungere altri commenti.

1Facendo un rapido e semplicistico calcolo, abbiamo detto che convenzionalmente 1 cfu corrisponde a 25 ore di lavoro. Per laurearsi, un triennalista necessita di 180cfu: quindi 25*180=4500 ore di lavoro. Dividendo 4500/3 abbiamo 1500 ore di lavoro annue. Significa poco più di 4 ore di lavoro al giorno per 365 giorni continuativi, senza mai un riposo, cosa che ovviamente non accade quindi si può sostenere con buona approssimazione che le ore possono salire fino a 4,5 o 5 al giorno tra corsi e studio individuale, stage e tesi di laurea. Se prendiamo l’esempio di un laureato magistrale, queste ore si prolungano per altri due anni, a volte due anni e mezzo. Per fortuna che gli studenti universitari se la grattano dal mattino alla sera, secondo alcuni. Magari fosse così, dico io.

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