M.H. Bourcier – La fine della dominazione (maschile) : potere dei generi, femminismi e post-femminismi queer (1/5)

Qui la prima parte della traduzione di un saggio molto interessante della sociologa francese Marie-Hélène Bourcier pubblicato nel 2003 sulla rivista di studi di genere e teoria queer Multitudes. Vista la lunghezza, ho deciso di dividerla in 5 parti sia per agevolarne la lettura, sia per non far trascorrere troppo tempo tra un post e l’altro. Con l’ultima parte, inserirò un file pdf con la traduzione per intero.

La fine della dominazione (maschile) : potere dei generi, femminismi e post-femminismi queer
Marie-Hélène Bourcier

Abstract
L’oggetto del nostro articolo è di tornare sulla critica formulata dal post-femminismo queer sull’utilizzo del paradigma della «dominazione (maschile)» sostenuto tanto da Bourdieu che dalle correnti femministe ri-naturalizzanti. Si tratta nello stesso modo di evocare differenti strategie queer, di uscire da tale paradigma, e di vedere come sia possibile resistere al sistema sesso/genere dominante. Una visione riduttiva del potere di genere va spesso a braccetto con una ri-naturalizzazione dei generi «maschile» e «femminile» e imbriglia le politiche sessuali che sono i femminismi. Noi mettiamo in evidenza i limiti che Bourdieu ha creduto di poter imporre, diffondendo una descrizione bloccata della «dominazione maschile». Allo stesso modo critichiamo i limiti di certe correnti femministe che, sviluppando una visione mono-genderizzata delle oppressioni di genere, hanno fatto di questa entrata in scena dei generi un unico ingresso – egemonico, per così dire – e hanno, quindi, condotto a delle politiche sessuali che sono all’origine di numerose semplificazioni ed esclusioni. Le strategie proposte dalle femministe queer, per opporsi agli effetti della confisca ri-naturalizzante della «dominazione maschile», tanto quanto a quelle che totalizzano e uniformano i femminismi, non sono né rivoluzionarie, né abolizioniste, né dialettiche; esse rilevano delle micro politiche modeste ma multiple, in quanto prescrivono una de-ontologizzazione salutare del «soggetto Donna» del femminismo.

Parlare della fine della «dominazione maschile» significa sostenere che è possibile rompere con la descrizione reificante della «dominazione maschile» e la sua strumentalizzazione, quella di Bordieu come di alcuni approcci femministi1. Significa affermare che questi procedimenti sono estremamente dipendenti da una concezione dualista dei generi che porta generalmente a un indebolimento del potere dei generi. Che il potere della genderizzazione sui soggetti e sui corpi è lì descritto come fatale, a danno… delle donne, certo.

Ma per mettere a confronto Bordieu e le femministe rinaturalizzanti e reificanti con le critiche e le concettualizzazioni del femminismo e della teoria queer, comincerei rileggendo La Domination Masculine2 e ciò che il suo autore dice del modo in cui si impongono la gerarchia dei generi, il funzionamento della « forza simbolica » nella « incorporazione della dominazione maschile », in relazione alla risposta di Judith Butler allo stesso argomento3.

Homo bourdicus o genderfucking4 ? Il potere dei generi secondo Bordieu

Alla questione relativa a come si costruiscono le norme di genere, fonte d’oppressione per ciò che riguarda l’instaurazione di una relazione gerarchica tra il maschile e il femminile, Dominator risponde, da buon costruttivista, che sono i generi a produrre il sesso. In Cabilia in particolar modo, dove la percezione visiva dei sessi – sia chiaro : delle così dette parti genitali – è formata sui miti cosmogonici. Pensando di essere il primo a vedere la relazione sesso/genere da questa angolazione, Dominator evidentemente si sbaglia, dato che non vi è alcun merito nel vederla così, vista la densità mitologica che gli segnala a quale punto il motivo corporale è funzione di essa. È senza dubbio più difficile non soccombere alla tentazione di articolare il sesso/genere facendo del secondo il costrutto sociale e culturale, e del primo comunque un residuo biologico – la famosa differenza sessuale – nelle culture come la nostra, che producono tecnologie di visualizzazione sempre più realistiche dei sessi, e del potenziale bio-politico delle quali non sempre ci rendiamo conto di primo acchito (si pensi alle tecniche di visualizzazione prenatale, per esempio, o al mito del binarismo delle sequenze cromosomiche).

È dunque il merito di aver reso porosa la frontiera tra i sessi, e persino di averla cancellata, è di epistemologhe come Evelyn Fox Keller o Donna Haraway, o ancora di storiche come Anne Fausto Sterling. La maggiorparte delle femministe costruttiviste, Delphy per non prendere che un esempio francese, sono concordi nel dire che non è il sesso a causare il genere, come se fosse uno strano determinismo a voler far corrispondere il sesso definito dai genitali femminili con il genere femminile, e viceversa. Là dove Dominator si vanta di aver proceduto ad un’inversione della relazione causale sesso/genere, altr* costruttivist* più radicali gli risponderebbero che il genere non è più causa del sesso di quando non lo esprima. Infatti, lo produce.

1Ivi compreso, in Francia, i femminismi materialisti (da Christine Delphy a Nicole Claude Matthieu) ed essenzialisti (da Hélène Cixous a Antoinette Fouque, il mal tradotto « French Feminism » (Femminismo francese, NdT) d’oltreoceano.

2La Domination Masculine, Éditions du Seuil, 1998. (non tradotto in italiano, NdT)

3Gender Trouble, Feminism and the Subversion of Identity, Londres, New York, Routledge, 1990 ; Bodies that Matter, On the Discursive Limits of « Sex », Londres & New York, Routledge, 1993. (tr. it. Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, 2013, NdT)

4Con il termine genderfucking si intende la pratica di confondere i criteri dei generi assumendo comportamenti (per esempio, vestiario) di solito identificabili con un altro genere, NdT.

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