Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Laura Kacere – tr. it. Jinny Dalloway & Agnes Nutter

L’ “omonormatività”, un fenomeno che esiste da molto prima del termine stesso, è considerato da molte persone qualcosa di distruttivo per il movimento dei diritti queer e per la comunità queer nel suo complesso.

“Omonormatività” è un termine che riguarda i problemi legati al privilegio che vediamo nella comunità queer di oggi, e che si intersecano con il privilegio delle persone “bianche”, con il capitalismo, il sessismo, la transmisoginia e il cisessismo, tutti elementi che finiscono per escludere molte persone dal movimento per uguali diritti e una maggiore libertà sessuale.

Quindi, cosa vuol dire e, soprattutto, come si manifesta l’omonormatività nelle nostre vite quotidiane?

Innanzi tutto, prendiamo in esame la sua controparte, l’ “eteronormatività”. E’ un termine che analogamente descrive il valore attribuito alla sessualità “normale”, che vediamo nella nostra cultura a partire dal livello istituzionale e delle politiche statali, fino al livello interpersonale.

Molto è stato scritto sull’eteronormatività, una parola che descrive come si assuma e si promuova l’idea che l’eterosessualità sia l’unico orientamento “normale” e “naturale” che esista, privilegiando così coloro che si adeguano alla norma e considerando chiunque ne sia al di fuori come anormale e “sbagliato”.

La nostra cultura è profondamente eteronormativa: però, a mano a mano che le esperienze e i diritti queer diventano più accettati al tempo stesso cresce, all’interno degli spazi LGBQ, una forma di controllo delle espressioni sessuali e di genere. Questa è l’omonormatività.

L’omonormatività spiega come mai alcuni aspetti della comunità queer possano perpetuare pregiudizi, valori e comportamenti che danneggiano e marginalizzano molte persone all’interno di questa stessa comunità, così come coloro con i/le quali la comunità dovrebbe lavorare ed essere solidale.

Riguarda l’assimilazione, così come l’intersezione, di interessi commerciali e consumistici all’interno degli spazi LGBQ.

Descrive anche il presupposto che la gente queer voglia far parte della cultura dominante, mainstream, eterosessuale, e quindi il modo in cui la nostra società premia coloro che vogliono farne parte, considerandoli i più degni di meritare visibilità e diritti.

L’omonormatività si vede ogni giorno, ma essa può essere talmente radicata nella cultura queer, che non la riconosciamo come un problema.

Quindi, come e in quali strutture si manifesta oggi l’omonormatività nella nostra cultura?

Chi è visibile?

A mano a mano che cambiano gli atteggiamenti della società riguardo alle relazioni queer, assistiamo a un aumento di rappresentazioni di persone queer nei media, anche se questa rappresentazione è incredibilmente limitata.

Se accendete la televisione o sfogliate una rivista, quando vedete una persona queer, con grande probabilità sarà una persona cisgender, con un genere normativo, bianca, borghese, che si autodefinisce gay.

Da serie tv come Modern Family a The New Normal, a personalità della tv come Anderson Cooper e Neil Patrick Harris, le voci a cui si dà spazio e visibilità sono di solito quelle di una particolare classe sociale, di una particolare espressione di genere e di una particolare “razza”.

Anche i tipi di relazioni queer che sono rappresentati nei media sono restrittivi, poiché tendono ad imitare le espressioni di genere binarie ed eteronormative.

Con ciò non si vuole dire che le cose non stiano cambiando – a poco a poco iniziamo a vedere rappresentate più persone transgender e più persone di colore, ma anche allora, la loro rappresentazione è limitata, spesso basata su stereotipi.

Gli stereotipi e i cliché relativi alle persone LGBQ nei media fanno di più che ridurre e semplificare le complesse realtà delle persone queer; essi contribuiscono a stabilire uno standard, un modo normativo di “essere” LGBQ.

Questo standard privilegia certe esperienze – quelle delle persone bianche, della classe media, gay, cisgender e le identità di genere normative – come se fossero rappresentative di tutte le esperienze queer.

Questa operazione di facciata va ben oltre ciò che si vede nei media riguardo le vite queer. Viene fatta anche nella rappresentazione dei movimenti per i diritti queer, oggi come in passato, come se fossero guidati per la maggior parte da uomini bianchi, mascolini e cisgender.

Questa cancellazione delle persone transgender, delle donne cisgender e delle persone di colore, non è soltanto un falso storico, ma pone gli uomini bianchi come i principali agenti di cambiamento, sia storicamente che al giorno d’oggi.

Il matrimonio egualitario come obiettivo principale del ‘movimento per i diritti gay’™

 Dato che il tema del matrimonio egualitario ottiene sempre più successo in tutto il paese, elezione dopo elezione, dobbiamo mettere in discussione la centralità di questo tema come “il tema dei diritti gay” ™.

Lottare per uguali diritti e per la liberazione sessuale significa, ovviamente, molto di più che lottare per il diritto di sposarsi: ma in che modo presentare il matrimonio egualitario come il tema principale significa anche promuovere l’omonormatività?

Il matrimonio come tema principale presuppone l’esigenza che tutte le relazioni debbano imitare questo standard eteronormativo di sessualità e struttura familiare. Promuove l’idea che tutte le persone vogliano emulare le coppie monogame etero.

Quando ci focalizziamo su questo tema, escludiamo come inaccettabili altre strutture di relazioni, quelle poliamorose e altre strutture non-normative, così come, ovviamente, coloro che non vogliono sposarsi.

Nel momento in cui il matrimonio diventa inclusivo di un particolare tipo di relazione queer, esso perpetua una forma di controllo rispetto ad altri tipi di relazioni, mantenendo salda la linea di confine di quella che è una “relazione queer accettabile”.

Focalizzarsi sul matrimonio non costituisce una grossa sfida, poiché pone come priorità l’approvazione della propria relazione da un punto di vista legale rispetto a una reale trasformazione delle relazioni e della società.

Mostrando che la gente che sta al di fuori della norma eterosessuale vuole le stesse cose che vuole “l’America tradizionale e etero”, il movimento per il matrimonio egualitario lotta per ottenere l’accesso a questa istituzione sociale riproducendo, piuttosto che sfidando, il predominio eterosessuale e la normatività, e usa ciò come base per stabilire chi merita di avere i diritti.

La “Campagna per i Diritti Umani” (e altre principali no-profit)

La “Human Rights Campaign” (HRC), la “Campagna per i Diritti Umani”, che è una delle più grosse e influenti organizzazioni LGBT del paese, è un potente simbolo di omonormatività: molt* attivist* hanno contestato, e contestano tuttora, il suo ruolo nel movimento.

Ecco solo alcuni esempi del perché la HRC non è rappresentativa del movimento per i diritti queer, né corrisponde alle loro esigenze:

La HRC continua a escludere e a marginalizzare ulteriormente le vite delle persone trans e delle persone che non si conformano al genere. Il fatto più eclatante è che, nel 2007, la HRC ha scelto di sostenere una versione non-inclusiva della legge federale contro la discriminazione sul lavoro, che escludeva le tutele basate sull’identità di genere, mentre la maggior parte di altri gruppi di pressione LGBTQIA+ hanno scelto di sostenere la versione inclusiva.

La HRC sostiene grandi imprese e banche che danneggiano le comunità queer, come dimostra soprattutto la sua decisione di assegnare il premio per “l’innovazione nella parità lavorativa” nel 2011 alla Goldman Sachs, un’organizzazione che è il simbolo della rapacità commerciale e che favorisce le diseguaglianze economiche.

Cosa ci dice il fatto che un’organizzazione per “i diritti queer” renda omaggio a una compagnia corrotta e distruttiva come la Goldman Sachs, ignorando al tempo stesso i problemi causati dalle diseguaglianze economiche, come per esempio i/le tant* giovani queer che vivono per strada?

La HRC ha sempre ignorato, e continua a farlo, il razzismo come un problema che si intreccia con i diritti queer, tanto da non figurare neanche come uno degli “argomenti” nel loro sito web.

Hanno sempre taciuto anche a proposito dei problemi legati al sistema carcerario e alla violenza delle forze dell’ordine (che dovrebbe essere importante per loro, visto che una grossa percentuale di persone queer viene criminalizzata e incarcerata).

Ciò dimostra la mancanza di una consapevolezza intersezionale all’interno dell’organizzazione, dimostra come sia un’organizzazione gestita da persone bianche della classe media, che privilegiano le proprie esperienze, e come la HRC non intenda in realtà sfidare il regime di oppressione sistemica e strutturale.

Questi problemi non sono limitati alla HRC, ma riflettono il complesso dell’industria no-profit, che tende a richiedere che una maggiore energia sia convogliata nel reperimento di finanziamenti, nel costruire rapporti con le persone potenti e nel lavorare con un approccio dall’alto verso il basso, piuttosto che fare confluire le energie nel costruire un vero movimento per il cambiamento.

Vediamo che questo sistema di valori viene riprodotto in molte altre organizzazioni di attivist*.

Le organizzazioni come la HRC – che danno la priorità al denaro, al potere e alle riforme che favoriscono coloro che sono già persone privilegiate all’interno del movimento – devono essere messe in questione.

Non dovrebbero parlare per il nostro movimento, né dovrebbero trarre profitto dal movimento: e non ci porteranno verso una eguaglianza e una liberazione che siano reali e inclusive.

Il silenzio intorno a Chelsea Manning

Il movimento mainstream per i diritti queer è stato in larga misura zitto riguardo alla questione di Chelsea Manning, una gola profonda dell’esercito che ha reso pubbliche informazioni riservate circa l’ingiusta detenzione e la tortura di alcune persone a Guantanamo da parte degli USA, le vittime civili delle guerre in Iraq e Afghanistan, il ruolo degli interessi corporativi nell’esercito e nella diplomazia e altro ancora, per i quali lei sta attualmente scontando una pena di 35 anni in una prigione militare.

Al di là di ciò che un* pensa della decisione di Manning di rendere pubbliche queste informazioni, è importante parlare del peso che ha avuto il trattamento ricevuto da Manning sui media e il fatto che sia una donna transgender in carcere.

Per esempio la reazione dei media all’annuncio di Chelsea, lo scorso anno, della sua transizione è diventato un’opportunità per discutere di come i media continuino a sbagliare l’attribuzione di genere delle persone transgender.

Più di recente, si sta discutendo dell’importante questione dell’accesso o meno alla terapia ormonale per le persone transgender e Chelsea e l’American Civil Liberties Union (ACLU), Unione americana per le libertà civili, hanno fatto causa al il Dipartimento della Difesa per permetterle di ricevere la terapia appropriata.

In seguito alla storia e alle decisioni di Chelsea Manning ci sono stati importanti dibattiti nella società civile e sono sorte nuove opinioni riguardo al cambio del nome e ai pronomi di genere, all’accesso alle terapie ormonali e al trattamento delle persone transgender nell’esercito e nelle carceri.

Nonostante ciò, il movimento mainstream per i diritti queer ha quasi sempre taciuto sulla vicenda – e a volte ne ha sminuito l’importanza – anziché sostenere Chelsea.

Omonazionalismo in Israele

Il termine omonazionalismo porta l’idea di omonormatività ancora oltre riferendosi al modo in cui le persone queer – per la maggior parte uomini bianchi occidentali – si sono allineate con le ideologie nazionaliste del proprio paese.

Mentre l’omonormatività descrive l’allineamento di persone, spazi e lotte queer con le norme culturali eterosessuali, l’omonazionalismo descrive questo allineamento all’interno dello stato-nazione, tramite il patriottismo, il nazionalismo e il supporto per l’esercito nazionale e per altre forme di violenza di stato.

Proprio ora, il progresso queer viene usato come simbolo della benevolenza e modernità di alcune nazioni e come giustificazione morale per guerre, colonizzazioni e occupazioni.

Abbiamo visto il caso dei diritti delle donne usati in modo simile dalle nazioni occidentali.

Con l’accettazione sempre maggiore dei soggetti queer iniziamo a vedere questo progresso utilizzato per promuovere il diritto di specifiche nazioni a usare la violenza su altre, spesso attraverso la diffusione intenzionale di atteggiamenti islamofobici e anti-immigrazione.

Per esempio, in Israele l’omonazionalismo è sempre più palese e messo deliberatamente in scena.

Definito anche “pinkwashing”, l’omonazionalismo si vede nel modo con cui Israele promuove regolarmente la falsa immagine che il paese sia una “utopia gay” in modo da sviare l’attenzione dalle sue continue violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese.

In questo caso i diritti queer sono stati co-optati e usati dal governo israeliano come strumento di politica internazionale per normalizzare e sostenere le espansioni dei propri insediamenti coloniali, la costruzione di muri di confine e le uccisioni extra-giudiziali – ossia la sua occupazione della Palestina.

Un esempio particolarmente impressionante è il tentativo della campagna per vendere il “brand Israele” attirando il turismo gay verso il paese.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri, sono stati spesi 88 milioni di dollari in marketing internazionale per far diventare Tel Aviv il top delle destinazioni per le vacanze gay, per lo più attraverso i social media – Facebook, Twitter, etc.

Altri milioni sono stati spesi in tentativi di appellarsi al supporto internazionale liberale e giovanile, dipingendo Israele come una cultura queer-friendly come prova del proprio impegno a favore dei diritti umani.

Queers Against Israeli Apartheid, Queer contro l’apartheid israeliano, ha denunciato l’ipocrisia di chiamare Israele una “utopia gay” mentre la violenza dell’occupazione israeliana rende la vita molto più difficile per le persone arabe queer.

Hanno fatto notare che “l’omofobia esiste in Israele, Palestina, e al di là di ogni confine.  Ma i/le queer palestinesi affrontano la sfida ulteriore di vivere sotto l’occupazione, di essere soggetti alla violenza e al controllo dello stato israeliano. Il sistema di apartheid israeliano estende i diritti omosessuali solo ad alcuni, basandosi sulla razza”.

Nel tentativo di zittire i discorsi sulla responsabilità di Israele all’interno della comunità queer internazionale, non solo viene messa a tacere la questione dell’occupazione Israeliana, ma anche le voci dei/lle queer arab* e musulman*.

Dal momento che gli Stati Uniti sostengono Israele politicamente e finanziariamente – fornendo loro 3 miliardi di dollari in aiuti militari ogni anno – nei nostri spazi queer o sui media mainstream viene detto ben poco su questa questione.

Nonostante la messa a tacere, ci sono dei/delle grandios* attivist* queer nel mondo, inclus* quell* in Israele e Palestina, che lavorano duro per attirare l’attenzione sulla connessione tra i diritti queer e la fine dell’occupazione della Palestina.

***

Quelli qui sopra sono solo una manciata di esempi di omonormatività, ma ce ne sono innumerevoli altri.

Alcuni esempi comprendono l’assegnazione delle priorità all’interno dei movimenti mainstream per i diritti queer: l’abolizione del principio “Don’t Ask Don’t Tell” (non chiedere non dire, ndT) nell’esercito statunitense, l’esclusione e la svalutazione delle persone transgender e di quelle al di fuori del binarismo di genere all’interno degli spazi queer, il silenzio sul caso della donna trans nera CeCe McDonals, l’aumento del marketing dei prodotti di consumo che hanno come target la comunità queer, l’aumento della sponsorizzazione corporativa delle sfilate del Pride, e la partecipazione esasperante delle persone queer bianche che negano la loro posizione di privilegio e la loro complicità nell’attuale discorso sulla violenza della polizia contro le comunità nere.

Ognuno di questi punti meriterebbe un post a sé stante, e potrebbe sembrare separato dagli altri in quanto esperienza vissuta.

Ma è seguendo questo utile concetto di omonormatività che si può esaminare come ogni problema sia collegato al seguente, così da poter iniziare a lavorare per metterlo in discussione a partire da questa più ampia cornice di interpretazione.

Per poter sfidare le strutture omonormative che si accumulano contro di noi, si deve lavorare da un punto di vista che supporti l’inclusività, l’attivismo dal basso, la costruzione di coalizioni, una solidarietà queer globale e una coerente analisi intersezionale.

Ed è importante ricordarci della nostra stessa storia. Il movimento per i diritti queer era in principio fondato su una politica radicale che ha sistematicamente messo in discussione il capitalismo corporativista, l’esercito e la struttura eteronormativa del matrimonio.

È onorando questo lascito di politiche radicali e dando priorità alle esigenze e alle voci di chi è più marginalizzat* che possiamo realmente lavorare insieme per una più ampia liberazione e uguaglianza sessuale e di genere.

Laura Kacere è collaboratrice di Everyday Feminism, attivista femminista e organizzatrice, volontaria di supporto nelle cliniche per abortire, specializzanda universitaria e insegnante di yoga. Vive e studia a Chicago. Quando non studia, è solita pensare agli zombi, suonare, mangiare cibo libanese e desiderare di essere circondata da alberi. Seguitela su Twitter @Feminist_Oryx

Prove generali di criminalizzazione etnica – Torino

È di qualche giorno fa l’epilogo di una vicenda che va avanti da diversi mesi: il rifugio ENPA di via Germagnano a Torino ha subito una grave devastazione nel corso della notte del 21 maggio, le gabbie che ospitavano i cani distrutte o danneggiate, gli animali terrorizzati, l’infrastruttura gravemente lesa. Il tutto ad opera di ignot*, anche se i volontari sono sicuri nel voler addossare la responsabilità del gesto al vicino campo nomadi di corso Tazzoli. Secondo i volontari, infatti, l’escalation di attacchi che si sono susseguiti nei mesi scorsi sarebbero stati portati avanti da alcuni membri del campo – una trentina, secondo loro. Tutto questo, ça va sans dire, senza uno straccio di denuncia o di accertamento da parte delle autorità preposte. Sempre secondo i volontari, la situazione di esposizione agli atti vandalici del rifugio sarebbe stata segnalata già diverso tempo fa senza che nessuno fosse intervenuto. Continua a leggere “Prove generali di criminalizzazione etnica – Torino”

Deconstructing islamofobia

Sulla falsa riga dei post della sezione Deconstructing del blog Intersezioni, voglio provare a cimentarmi in un’operazione simile relativamente a questo articolo apparso pochi giorni fa su L’Eco di Bergamo, dove narrano di un immigrato di religione islamica che si sarebbe rifiutato di far sottoporre la moglie ad un parto cesareo per convinzioni religiose. L’Eco di Bergamo, infatti, non è nuovo ad articoli che fomentano l’odio razzista ed islamofobico riportando fatti se non inesatti, almeno costruiti in modo da rappresentare una visione dell’accaduto parziale, ma ben precisa negli intenti. Ma andiamo a vedere cosa c’è da decostruire in quella che parrebbe essere una vera e propria narrazione tossica, paragrafo per paragrafo.

«Non voglio che pratichiate il parto cesareo a mia moglie. La mia religione non lo prevede. Mio figlio deve nascere in modo naturale». Ha dato quasi in escandescenza un uomo di religione islamica in procinto di diventare papà, nella serata di lunedì 14 al Bolognini di Seriate.

“La mia religione non lo prevede”. Questa citazione è stato il primo campanello di allarme. Ho infatti chiesto ad un’amica di religione islamica, Valeria Argiolas, la quale mi ha confermato che non esistono precetti che prevedano che una donna debba partorire di solo parto naturale, anzi: il precetto a livello generale è “prendersi cura di sé”. Mi ha quindi passato questo link ad un sito sulla dottrina dell’Islam salafita che riprende appunto diversi precetti ed indicazioni per quanto concerne il parto (l’accouchement). Traducendo il secondo e terzo paragrafo della Reponse, troviamo che: “se la dottora pensa, secondo le proprie competenze, che la partoriente non potrà partorire naturalmente e che si dovrà ricorrere ad un cesareo, in questo caso (la donna) dovrà essere trasferita in ospedale. Quanto alle nascite naturali, non le sarà permesso (alla partoriente) di lasciare la casa ed essere ricoverata in ospedale per un parto naturale”. Quindi il divieto per quanto concerne il parto cesareo non esiste, la differenza sta solo nel fatto che se il cesareo e la conseguente ospedalizzazione non sono necessari, la donna islamica partorirà in casa anziché in ospedale – pratica ormai diffusa anche tra le donne italiane non islamiche, in qualsiasi caso. Esiste, al più, una raccomandazione circa il genere del medico che dovrà seguire il parto, che dovrà essere una donna. Esistono dei casi eccezionali? Certo che sì. Infatti il paragrafo seguente specifica che: “se la donna ha un (effettivo) bisogno di essere ricoverata in ospedale, in quel caso è obbligatorio che ad occuparsi dell’assistenza al parto non sia chiamato un medico uomo. Tuttavia, se un medico donna non è presente, allora non c’è niente di male, o piuttosto, se ella (la partoriente) è in pericolo e non ci sono medici donna presenti, è allora obbligatorio che ad assisterla (durante il parto) sia un medico uomo”. Se di turno in ospedale, presso il quale la donna islamica si reca solo in caso di assoluta necessità di assistenza specializzata, non ci sono ginecologhe, allora ad assistere la donna durante il parto può prestarsi un ginecologo. Possiamo dedurne che non ci pervengono dati circa il divieto di praticare parti cesarei per i credenti islamici (questo è un sito salafita, certo, ma mi è stata prospettata l’altissima improbabilità che si verifichi un tale divieto presso correnti diverse1). Oltretutto, l’uomo ha dato quasi in escandescenze. Due paragrafi dopo, tuttavia, si afferma che l’uomo ha inveito contro il personale sanitario, tanto che questi sono stati costretti a chiamare il personale della sicurezza per evitare che la situazione degenerasse (par. 2 qui non riportato). Quindi ha inveito o ha dato quasi in escandescenze? Non è chiaro.

Il dato che ci perviene, di contro, è quello dell’abuso della pratica del parto cesareo in Italia. Secondo alcuni dati, oltre il 40% di quelli praticati non sarebbe infatti necessario. Infatti:

Sottoposta dal personale sanitario agli esami del caso, i medici hanno spiegato alla coppia che avrebbero optato per un taglio cesareo per far nascere il piccolo senza rischi per lui e per la madre.

Delle due, l’una. O c’era un rischio, e quindi non c’era “opzione”; oppure il rischio era solo probabile ma non certo. Se il rischio non era certo, il marito della donna si sarebbe solo opposto ad un intervento chirurgico non necessario. Personalmente non me la sento di dargli poi torto, soprattutto avendo mio malgrado avuto a che fare con parecchi medici di molte diverse specializzazioni nel corso degli ultimi 8 anni.

Subito dopo, l’articolista ci fa sapere che:

All’idea, però, il padre ha iniziato a inveire contro il personale in servizio. Nonostante l’arrivo dei carabinieri l’uomo è rimasto fermo nelle sue convinzioni. Tanto da decidere, poco dopo, di lasciare l’ospedale con la moglie senza che questa partorisse.

In chiusura, cos’è successo? Che una donna, presumibilmente in travaglio e quindi dolorante, oltretutto secondo i medici con un parto a rischio, è riuscita a lasciare l’ospedale a piedi per una non meglio precisata destinazione (probabilmente casa sua o un altro ospedale). Solo a me qualcosa non torna?

Voglio poi fare i complimenti al volo pindarico più fantasioso che ho trovato cercando la notizia riportata su altre fonti: lo trovate sul sito “Tutti i crimini degli immigrati” (già il titolo è tutto un programma) a questo indirizzo. La pagina riporta pari pari l’articolo de L’Eco di Bergamo, ma il titolista, fantasiosissimo e per nulla pregiudizievole, decide che l’uomo avrebbe anche asserito che la moglie sarebbe stata meglio morta che operata di cesareo, e che avrebbe aggredito i medici che cercavano di salvarne la consorte.

Disinformazione, razzismo latente ed implicito, islamofobia, ed un modo di rendere le notizie ambiguo e di facile fraintendimento, tutto allo scopo di generare sensazionalismo. Leggere attentamente e decostruire frase per frase, parola per parola, mettendo in relazione le une con le altre ogni articolo di cronaca che capiti di leggere sembra essere diventato un imperativo culturale se non si vuole diventare succubi di un sistema che accetta l’alterità solo quando risponde a ben precisi (e controllabili) canoni.

1La dottrina salafita è generalmente considerata la più “stretta”, se quindi non esistono qui divieti circa la pratica del parto cesareo in caso di pericolo di vita è di conseguenza molto improbabile che tale divieto viga in altre dottrine dell’Islam che siano meno “rigide”.